Ieri abbiamo ascoltato i difensori di Nicole Minetti paragonare la condotta favoritrice della prostituzione dell’igienista dentale dell’ex cavaliere a quella di Cappato, l’esponente radicale, processato a Milano per aver condotto in Svizzera un tetraplegico che aveva manifestato il desiderio di ricorrere al suicidio assistito. Dopo aver letto il lancio d’agenzia, ho riflettuto sulla sagacia e furbizia del collega nel comparare situazioni lontane anni luce: la pietà verso la sofferenza ed i favori a vecchi porci, miracolati dal Viagra o dalle protesi al pene; ho pensato alla saggezza di quell’invito napoletano a” Chiavarse ‘a lengua ‘nculo”; poi, ho cercato di comprendere il ragionamento giuridico che c’è dietro quell’azzardo e neanche quello mi ha convinto. L’avvocato della Nicole, ha invero invocato la questione di legittimità costituzionale delle norme che incriminano il favoreggiamento della prostituzione, sostenendo che non può essere punito chi aiuta o favorisce taluno ad esercitare il diritto di negoziare prestazioni sessuali a pagamento. Secondo il difensore le porte della Consulta dovevano aprirsi alla Minetti, così come si erano aperte a Cappato, per il quale, si è detto, non potrebbe applicarsi la sanzione avendo agevolato taluno ad esercitare il suo diritto di porre fine all’esistenza in maniera dignitosa. Mi libero subito del paragone, lascio stare Cappato al suo destino ed evidenzio che non ci siamo proprio; non esiste un diritto soggettivo alla prostituzione tutelato dall’ordinamento, ma esiste solo una situazione, la prostituzione, tollerata dall’ordinamento; la circostanza che la norma non punisca la prostituta ed il cliente, non implica che esista nel nostro sistema giuridico un diritto soggettivo alla prostituzione; anzi, l’incriminazione dell’induzione e del favoreggiamento, la nullità, per contrarietà al buon costume, di qualsivoglia accordo negoziale in materia di prestazioni sessuali; la mancanza di un codice iva che consenta alla prostituta di aprire una partita e di emettere fattura per il proprio servigio, escludono radicalmente la sussistenza di un diritto soggettivo a prostituirsi. Ed allora siccome neanche il ragionamento giuridico reggeva, il collega di Milano avrebbe fatto meglio a seguire l’invito napoletano. Tanto, poi, lo sappiamo tutti che le porte del carcere non si apriranno mai di fronte agli air bags della Minetti.
Categoria: un po’ di ironia
Io il corso di preparazione per il Concorso in Magistratura l’ho fatto, ed ho pure sostenuto l’esame, bevendo sino in fondo l’amaro calice. A parte qualche gruppo del Nord che li struttura secondo modelli universitari, di solito questi corsi sono organizzati attorno ad un Magistrato o ad un Professore Universitario dotato di notevole Carisma. La matrice napoletana è quella dei corsi di preparazione all’esame di notariato tenuti da un famoso Notaio napoletano nel suo appartamento con servizio di custodia autovetture e parcheggiatore abusivo pagati a parte con mancia obbligatoria. L’ispirazione sembra quella delle prime Università italiane che nacquero proprio riunendosi attorno ad un giurista carismatico come Irnerio o Baldo degli Ubaldi. Nel corso frequentato da me le materie erano tutte insegnate dal Magistrato che lo organizzava, lo stesso forniva consigli su come comportarsi in aula, invitava tutti i frequentanti a farsi comunità, di modo che durante il concorso qualche suggerimento potesse circolare. Quando, poi, era nominata la commissione d’esame, studiati i membri, le loro carriere ed i loro studi, il docente ipotizzava una rosa di argomenti sui quali avrebbero potuto vertere le prove scritte. Durante l’anno si organizzavano dei ritiri, tenuti in alberghi vuoti di località estive, nel corso dei quali si svolgevano delle lezioni fiume, alternate con serate ludiche organizzate dagli studenti (ricordate che Arbore-Baudo e tanti altri sono laureati in Giurisprudenza). Il docente portava la moglie ed i figli (nostri coetanei). Gli studenti erano tutti uguali, i figli di magistrati godevano dell’unico privilegio di pagare 50 Euro in meno per dovere di colleganza. C’erano poche ricevute e questo mi pare l’unico punto di contatto con Bellomo. Leggo che quest’ultimo stabiliva i posti dove sedersi, infiltrava i corsi con agenti provocatori, che parlavano male di lui per verificare chi fosse fedele e chi meno, imponeva l’abbigliamento, umiliava chi avesse osato criticarlo con articoli sulla sua rivista o con insulti pubblici e le umiliazioni e le interferenze erano più gravi se si trattava di una donna con la quale avesse avuto una relazione affettiva. Continuo a chiedermi come centinaia di persone abbia potuto sopportare tutto questo, perché questa scuola sia andata avanti per anni. Temo che studenti e studentesse sopportassero tutto ciò convinti di poter fruire di qualche scorciatoia per vincere e superare l’esame.
Pare che la frase fosse stata pronunciata per la prima volta da Vespasiano che di fronte al figlio Tito che lo criticava per la tassa sull’urina, rispondeva, appunto, che il denaro non ha odore. Per inciso, l’urina veniva tassata non perché i romani fossero incontinenti, ma perché da essa si ricavava l’ammoniaca per la concia delle pelli.
La nota canzone napoletana, celebre per la sceneggiata interpretata da Mario Merola, fu scritta nel 1928, da Libero Bovio. La storia è nota: Un contadino sale a bordo del suo carretto per raggiungere Napoli dove vive il figlio avvocato ed informarlo che la madre è in fin di vita. Il viaggio si rende necessario perché il figlio sono due anni che non scrive a casa . Il contadino arriva nel bel mezzo di una festa danzante (Chesta è na festa ‘e ballo…) alla quale partecipano i notabili della città (Tutte cu ‘e fracche e sciasse sti signure). L’evoluzione è drammatica, di fronte agli invitati costernati (Chi só’?…Che ve ne ‘mporta! Aggio araputa ‘a porta e só’ trasuto ccá…), il contadino confessa di essere il padre del proprietario di casa (Chi só’?! Dillo a ‘sta gente ca i’ songo nu parente ca nun ‘o può cacciá… ) ed al figlio (che chiama Signor Avvocato) che la madre è in fin di vita; poi si rammarica di averlo fatto studiare perché se avesse imparato il mestiere del contadino non si sarebbe di certo dimenticato della mamma (Meglio si te ‘mparave zappatore, ca ‘o zappatore, nun s’ ‘a scorda ‘a mamma). Questa semplice canzone rivela molte cose sull’avvocatura agli inizi del secolo scorso. Innanzitutto e questo non me lo aspettavo proprio, che anche per il figlio di un contadino fosse possibile diventare avvocato; che quindi l’avvocatura non era quel corpo chiuso nel quale i padri trasmettevano il mestiere ai figli. Considerato, poi, il tenore di vita tenuto dal figlio, capace di organizzare in casa propria (lo zappatore la considera casa sua – I’ mo ve cerco scusa a tuttuquante si abballo e chiagno dint’ ‘a casa mia) una festa elegante con musica dal vivo (Musica, musicante! ca è bella ll’allería…), si deve presumere ancora la redditività della professione ed anche per chi non aveva santi in Paradiso. La canzone conferma ancora la necessità per l’avvocato di farsi pubblicità attraverso una vita sociale e mondana ed anche la cattiva fama degli avvocati già in quell’epoca: c’è da chiedersi perché Libero Bovio ha pensato che l’avvocato potesse vergognarsi delle proprie umili origini, addirittura dimenticandosi della mamma e non ha scelto un ingegnere oppure un dottore.
https://www.youtube.com/watch?v=pW4svTsudZ0
Pare che il collega Marco Tullio Cicerone, celebre per aver dato il nome della via ove è situato lo studio legale Previti, fosse solito memorizzare le arringhe difensive rappresentandosi mentalmente un percorso a tappe ove ad ogni sosta corrispondeva una parte del discorso. Da questo metodo usato dal collega deriva il nostro modo di dire “in primo luogo” … “in secondo luogo”…
Che Napoli sia terra di giuristi lo dimostra anche il modo di dire: “quando parla Tizio è Cassazione”, con il quale per l’autorità ma soprattutto per l’autorevolezza di Tizio, si mette in luce l’indiscutibilità delle sue affermazioni. Il suo utilizzo dimostra che anche la gente comune ha un’infarinatira o comunque vaghe nozioni del giudicato e della sua intangibilità.
Una vecchia barzelletta, rilanciata qualche anno fa da Gigi Proietti, raccontava dell’avvocato che quando perdeva le cause le riferiva al cliente con “hai perso” e quando le vinceva usava il plurale “abbiamo vinto”.
La situazione è completamente mutata nel ultimi anni. È raro che il cliente ti dia soddisfazione quando vinci la causa anche perché, tra l’altro, teme che l’elogio aumenti la parcella. Purtroppo sempre più frequentemente il cliente dà per scontato l’esito vittorioso del giudizio, liquidandoti con un “e va bene avvocato era una causa vinta” e quando le cose vanno male, dimenticando gli avvertimenti ripetuti, gli inviti a cercare una soluzione bonaria, preferisce andare alla ricerca della tua responsabilità. Miei cari clienti che mi leggete, con me vinceremo sempre insieme e, speriamo quasi mai, perderemo insieme.
