È tutto un equilibrio sopra la follia.

Di fronte ad episodi come quello di Paderno Dugnano, a delitti inspiegabili ed atroci, come l’infanticidio di Parma, la fuga verso la follia è rassicurante. L’omicida era malato, la pazzia è la strada percorsa da chi non riesce a concepire delitti del genere, crudeli ed immotivati. La ragazza era depressa, gli ormoni della gestazione hanno inciso sui suoi processi volitivi e cognitivi. Di fronte all’ enormità del male, a condotte così malvage considerare sano l’autore significa prendere consapevolezza che l’essere umano può e sa essere cattivo, anzi cattivissimo. La fuga dalla consapevolezza del male, istintiva, ci conduce sui sentieri di un vecchio e mai sopito dilemma, etico ma anche filosofico e giuridico, quello sul libero arbitrio, il determinismo e l’indeterminismo. Spoilerando il finale, va detto che, per il giurista, il libero arbitrio è come lo Spirito Santo per il cattolico, un dogma. Solo considerando l’essere umano capace di determinarsi tra istinti contrapposti ha un senso la minaccia della pena e la pena retributiva. Se infatti si dovesse ritenere che determinate condotte non siano il frutto di libere scelte ma sono determinate da processi neurochimici allora non ha senso pensare che la minaccia della pena possa avere un’efficacia di prevenzione e non ha senso retribuire con la pena chi quella minaccia non la avverte.  Il sistema penale dovrebbe limitarsi a curare il reo o nel caso di incurabilità a neutralizzarlo. Secondo molti perché si possa parlare di libero arbitrio è necessario che sussistano due condizioni, la prima è rappresentata dalla scelta tra condotte alternative e la seconda è rappresentata dalla volontà di scegliere tra tali condotte, o meglio dalla consapevolezza. A prima vista, il determinismo, secondo il quale ogni evento è effetto di un insieme di altri eventi che lo determinano, ovvero lo necessitano in accordo alle leggi di natura, e dunque, congiuntamente presi, ne rappresentano la causa sufficiente, appare incompatibile con il libero arbitrio. Alcuni invero, con una spiegazione, poco convincente, descrivendo l’essere umano come motore primo di serie causali, forzano il libero arbitrio nel determinismo. Secondo, poi, i compatibilisti il libero arbitrio non è in conflitto con il determinismo La libertà, come viene intesa dai compatibilisti, può solo riferirsi alle azioni e non alla volontà che è interamente determinata da fattori ambientali, dalla nostra educazione o dalle leggi della fisica e della biologia. In questo contesto un’agente può volere soltanto ciò che vuole perché la sua volontà è completamente determinata da fattori che sfuggono al suo controllo.  Il mero indeterminismo fisico, sembrerebbe lasciare spazio al Libero arbitrio, ma- comportando la semplice casualità degli accadimenti – secondo molti filosofi, la rende impossibile.  In sintesi, se anche le condotte umane sono casuali allora anche l’indeterminismo appare incompatibile con il libero agire. Per i fautori del libertarismo l’indeterminismo (pur non essendo condizione sufficiente della libertà) ne è condizione necessaria. In particolare si afferma che, nella catena di nessi causa-effetto che conduce al compimento di una determinata azione interverrebbe un decisivo momento indeterministico (che molti identificano con il momento deliberativo); ma tale momento indeterministico non sarebbe affatto ostacolo alla libertà in virtù del suo carattere causale. Secondo i fautori di questa concezione, in sostanza, l’elemento causale sarebbe la condizione ulteriore, in grado di impedire che con l’indeterminismo la libertà collassi sul caso. Eppure, come è stato giustamente osservato, l’aspetto causale e quello indeterministico paiono radicalmente scissi: se un atto è indeterminato, per definizione nulla lo determina e a fortiori nemmeno l’agente: dunque, se anche fosse vero che l’agente causa indeterministicamente le proprie azioni, non ne seguirebbe che egli possa auto-determinarsi, che, cioè, sia in grado di determinare quale tra i possibili futuri si attualizzerà. Neanche l’indeterminismo causale, dunque, pare in grado di fornire un’adeguata concezione della libertà.  Eppure l’idea di libertà è irrinunciabile per dare un senso ai nostri giudizi morali, alle “imputazioni delle colpe”, ai rimproveri per gli atteggiamenti anti doverosi della volontà. Appare, quindi, inevitabile credere a qualcosa la cui esistenza pure non possiamo provare. Non possiamo rinunciare all’idea di libertà, anche se è impossibile darne conto.

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